La sesta estinzione

Da quando sono apparsi gli organismi pluricellulari sulla Terra, circa 540 milioni di anni fa, almeno per cinque volte si è verificata una estinzione di massa di specie vegetali e animali.
440 milioni di anni fa si estinse il 25% delle forme di vita che a quell’epoca popolavano i mari e ne furono colpite soprattutto le trilobiti, 370 milioni di anni fa, nel Devoniano, si verificò di nuovo una colossale crisi nel mondo dei non vertebrati e anche dei pesci primitivi, proprio quando cominciavano ad affermarsi le prime forme di vita terrestri. Il Permiano, 250 milioni di anni fa, coincise con la terza estinzione di massa , la più catastrofica di tutte per la scomparsa del 50% delle famiglie di animali fra cui tutte le trilobiti e moltissimi insetti.

Nel Triassico, 210 milioni di anni, mentre si affermavano mammiferi e dinosauri, scomparvero i rettili simili ai mammiferi e molti invertebrati.
La quinta estinzione, la più recente di tutte, fu quella dei dinosauri che risale al Cretaceo, appena 65 milioni di anni fa.
Queste estinzioni hanno un denominatore comune: cause di origine naturale, come grandi fenomeni geologici e cambiamenti climatici o eventi ultraterreni come la caduta del meteorite che plausibilmente provocò l’estinzione dei dinosauri nel Cretaceo. Inoltre questi processi di estinzione si sono sviluppati e conclusi in un lungo arco di tempo che ha abbracciato migliaia e perfino milioni di anni.

Non si sono certo consumate nel giro di pochi secoli e il vuoto da esse lasciato è stato colmato poco a poco dalle nuove forme di vita prodotte dall’evoluzione. Infatti proprio la scomparsa dei dinosauri spianò la strada allo sviluppo dei mammiferi.
Contrariamente alle cinque precedenti, la sesta estinzione attualmente in corso invece è dovuta alla colonizzazione del pianeta da parte dell’uomo ed è la prima volta nella storia della vita che l’espansione ecologica di una singola specie esercita un’influenza tanto grande sull’intera biosfera.

L’uomo è in competizione diretta con le altre specie per tutte le risorse, la sua nicchia ecologica si espande continuamente comprimendo quella degli altri viventi . Come se non bastasse l’uomo altera e frammenta gli ecosistemi, sposta animali e piante da una regione all’altra e così facendo estremizza la lotta per la vita fra specie che non essendosi evolute insieme non hanno sviluppato gli strumenti necessari per convivere.
Una stima delle dimensioni raggiunte dall’occupazione ecologica del pianeta è quella fornita da alcuni scienziati secondo i cui calcoli l’umanità si appropria, distrugge o condiziona il 40% della produttività primaria netta, ovvero di tutta la produttività biologica che il mondo vegetale mette a disposizione degli altri organismi del pianeta.

Secondo la World Conservation Union sono minacciate di estinzione il 12,5% delle piante vascolari, l’11% di uccelli, il 20% di rettili, il 25% di mammiferi, il 25% di anfibi e il 34% di pesci per un totale di 11,000 specie, cifre ancora più elevate nelle stime dell’ornitologo Stuart Pimm secondo il quale nei prossimi cento anni potrebbe estinguersi il 50 % della flora e della fauna del pianeta .
Fra le cause della scomparsa delle forme di vita vi sono ancora oggi la persecuzione diretta ai danni di animali di interesse economico o commerciale: pochi giorni fa mezzo quintale di zanne d’avorio sono state sequestrate dai guardaparco kenyoti a un gruppo di bracconieri che, operando vicino al parco nazionale di Amboseli, avevano ucciso decine di elefanti.

La caccia alle balene continua da parte di alcune nazioni nonostante la moratoria internazionale, delle piccole foche si fa ancora strage, del tonno si catturano esemplari giovani che non si sono ancora riprodotti.
Sulla sorte della biodiversità incombono, poi, gli effetti del cambiamento climatico che provoca radicali trasformazioni degli ecosistemi.
Secondo le stime degli studiosi nei prossimi cinquanta anni le calotte polari, tanto a Nord che a Sud, subiranno una diminuzione del trenta per cento. Il ghiaccio si trasformerà in acqua e innalzerà il livello del mare. Molte regioni costiere di pianura finiranno sott’acqua.

E’ un futuro assolutamente incerto e minaccioso che impiegherà molti decenni per materializzarsi, ma intanto il regno del bue muschiato , della volpe artica e degli uccelli polari si riduce inesorabilmente anno dopo anno a causa del riscaldamento globale del Pianeta.

A differenza delle precedenti estinzioni questa , che si sta consumando nel breve volgere di due secoli , rischia di lasciare un vuoto che molto difficilmente potrà essere colmato anche in milioni di anni.
L’estinzíone di un animale o di una pianta può sembrare di per se stessa un e¬vento trascurabile, ma vista in una prospettiva più ampia indica una pericolosa degradazione dell’equilibrio naturale, equilibrio dal quale l’uomo, nonostante la tecnologia, continua a dipendere.

Categorie: Editoriale

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